La piroga che portò nell’Isola quegli uomini

Barumini. Sarà esposta da sabato nel Centro Giovanni Lilliu per la Settimana della cultura

Diecimila anni fa sbarcarono in Sardegna. Sfruttando le correnti e i venti dominanti del Mediterraneo, a forza di braccia e colpi di remi, ma forse anche con piccole vele quadre capaci di raccogliere il soffio di Eolo per andar spediti, più veloci tra le onde. Ci arrivarono nell’Isola, quei navigatori coraggiosi arrivati d’oltre Tirreno, magari seguendo la rotta breve tra Toscana e Sardegna e sfruttando le piccole terre dell’Arcipelago, a bordo di piroghe monossili lunghe dieci, dodici metri.
I PIONIERI Erano le avanguardie. I colonizzatori partiti da lontano, dalla Grecia e forse anche dal Medio Oriente per spingersi verso ovest. Nel Mediterraneo sconosciuto. Su per l’Adriatico, su per il Tirreno. Poi arrivarono gli altri, i loro fratelli . E con loro piccoli nuclei omogenei che si portarono dietro materiali e animali. Stipati su piroghe inventate da grossi tronchi e realizzate con tecniche costruttive eccezionali. Con fondi in parte piatti per una migliore stabilità e in parte dotati di chiglia per meglio fendere l’onda anche in caso di mare formato.
Per ora nessuno, tra gli archeologi sardi che il Neolitico stanno studiando per tentare di scoprirne, scriverne e riscriverne le vicende, è riuscito a mettere mano sui resti di quei manufatti lignei. Ma ci sperano. Aggrappati al sogno quando scavano e indagano, liberando la storia dalla terra, dalla melma delle lagune e degli stagni, dagli scrigni di fango che hanno custodito secoli e cultura. Come sta accadendo a Marceddì, dove sono in corso da qualche anno importanti ricerche archeologiche condotte da un’équipe mista e interdisciplinare di studiosi guidati dal professor Carlo Luglié (Dipartimento di Scienze archeologiche dell’Università di Cagliari) e Ignazio Sanna (archeologo subacqueo della Soprintendenza di Cagliari-Oristano) che stanno facendo emergere importanti testimonianze proprio del periodo neolitico. A Sa Punta, a Saboccu, sulle attuali sponde dello stagno di San Giovanni. «Due zone oggi separate dall’acqua dello stagno e distanti tra loro circa quattro chilometri che si stanno dimostrando contesti di eccezionale valore e che ci stanno restituendo preziosissime informazioni. Per esempio, grazie ai pollini presenti nei diversi strati di terreno che la dottoressa Paola Pittau sta esaminando, qual era la vegetazione del tempo, quale ambiente esisteva prima dell’innalzamento di dieci metri del mare che ha modificato sostanzialmente il territorio costiero», spiegano Luglié e Sanna.
IL SOGNO Ci sperano, gli archeologi, su quelle piroghe. Per confermare ipotesi e teorie. Per scrivere la verità sulle esplorazioni e la ricerca di nuove terre. E la Sardegna, evidentemente lo era per i popoli d’oltre mare.
E’ diventato una sorta di chiodo fisso, l’antica imbarcazione neolitica, tanto che hanno deciso di realizzarne una, Carlo Luglié, Ignazio Sanna e Roberto Sirigu, grazie anche all’estro e alla manualità di due collaboratori della Soprintendenza, gli artigiani-artisti Alberto Cotza e Paolo Cossu. Fedele ricostruzione di quella piroga venuta alla luce diciotto anni fa durante i lavori di scavo nell’insediamento neolitico della Marmotta, una zona oggi sommersa dalle acque del lago di Bracciano, in territorio comunale di Anguillara Sabazia. E’, otto metri sotto la superficie, nel più antico villaggio neolitico perilacustre dell’Europa occidentale, che nel luglio del 1993 riemerse quella “canoa” di 6 mila anni prima di Cristo. Poi ne spuntarono altre quattro, ma fu quella prima, magnifica scoperta; fu quella prima, bellissima piroga, a regalare nuove informazioni straordinarie sul nostro passato. Su quella colonia d’uomini e donne di 7.800 anni prima di Cristo che si insediò e visse quel territorio a circa trenta chilometri dal punto esatto che molti, moltissimi secoli dopo ospitò Roma.
Tre anni dopo la scoperta, un gruppo di studiosi della Repubblica Ceca guidati da Radomir Tickij la ricostruì. E con quella barca solcarono il Mediterraneo, da Lipari a Lisbona.
Ebbene, da quel legno di durissima quercia, da quell’esempio di “ingegneria navale”, gli studiosi sardi hanno attinto a piene mani per trasformare una roverella di quasi cinque metri (scala uno a due rispetto alla “vera” piroga neolitica) messa a disposizione dall’Ente foreste. Prua, fondo, chiglia: tutto realizzato col massimo rigore, copia assolutamente fedele seppure più piccola dell’originale per mancanza (per ora) di materia prima. Assicura, Ignazio Sanna, che sarà la prima ma non l’ultima.
IL FUTURO In attesa della scoperta eccezionale, di una piroga neolitica tutta sarda celata da qualche parte, nel fango di Marceddì o delle altre lagune dell’Oristanese, gli studiosi hanno intenzione di costruirne una seconda, magari proprio di dieci, dodici metri. Ma non con asce e lame di ferro. «Tenteremo di costruirla con gli stessi arnesi di cui l’uomo neolitico disponeva. Con la pietra, immedesimandoci nel loro lavoro», spiega Sanna. «Costruiremo gli strumenti e li useremo. Farlo correttamente consentirà anche di capire qualcosa in più della loro cultura», aggiunge Carlo Luglié mentre mostra un’ascia di roccia verde alpina trovata proprio negli insediamenti dell’Oristanese. «Un tipo di roccia importato, non presente in Sardegna ma soltanto nelle Alpi Marittime, in Provenza e Liguria, nel Monviso», ricorda il docente universitario.
IN MOSTRA Intanto oggi la prima piroga sarà varata. E sabato raggiungerà Barumini per diventare l’attrazione della mostra sull’archeologia subacquea allestita dalla Soprintendenza di Cagliari Oristano, dal Comune e dalla Fondazione Barumini Sistema Cultura nel Centro Giovanni Lilliu. E’ qui, alle 17, che l’imbarcazione sarà presentata ufficialmente, nell’ambito della Settimana della cultura, durante la conferenza su “Spazi, tempi e modi del navigare tra ricerca e sfida”. Un incontro sulla navigazione come metafora di esplorazione, ricerca di conoscenza ed esperienza dell’ignoto a cui non poteva mancare Andrea Mura, l’uomo della vela, delle imprese oceaniche. Delle sfide.
Andrea Piras

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